Confezionamento di Neovescica Ortotopica
Informazioni utili e norme comportamentali
Che cosa vuol dire "neo-vescica ortotopica di sostituzione?"
Significa che la vescica originale, ossia l'organo preposto ad
immagazzinare l'urina prodotta dai reni e ad espellerla periodicamente
e volontariamente attraverso l'uretra
(il canale che mette in comunicazione la vescica con l'esterno)
è stata rimossa a causa di una malattia non altrimenti curabile e
che si è dovuto provvedere alla sua sostituzione mediante
un "surrogato" (neo-vescica).
Per rimpiazzare la vescica rimossa, si utilizza comunemente un'ansa
di intestino tenue (la parte più lunga dell'intestino, che va dallo stomaco
al cieco: essa è lunga circa 6 metri) prelevata a poca distanza dal cieco.
La lunghezza totale di intestino utilizzata è in genere di 45-60 cm e
generalmente non influisce sulla funzione globale dell'intestino, la
cui continuità viene ristabilita al di sopra dell'ansa prelevata.
L'ansa isolata, di cui si è mantenuta intatta la vascolarizzazione,
viene completamente aperta lungo il suo margine antimesenterico
(linea tratteggiata nella figura) e viene in seguito modellata a
formare una nuova vescica (neo-vescica) di configurazione
approssimativamente sferica. Questa manovra si rende necessaria sia
per aumentare la capacità del neo-serbatoio urinario, sia per eliminare
l'attività autonoma della muscolatura intestinale e cercare di garantire
la massima continenza possibile, mettendo oltretutto l'apparato urinario
alto (i reni) al riparo dall'instaurarsi di pressioni eccessive entro
il serbatoio urinario. Alla neo-vescica così costituita vengono collegati
i due ureteri e la parte più declive di essa viene collegata con l'uretra,
di cui si è avuto cura di conservare il meccanismo muscolare
(sfintere striato) che garantirà la futura continenza urinaria.
Questi sono in sintesi i passaggi dell'intervento di creazione di una nuova
vescica ortotopica (conservante cioè la stessa posizione della vescica
originaria) mediante un'ansa intestinale. Sono possibili molte varianti
tecniche riguardo il tipo di ansa intestinale usata (è possibile
anche utilizzare l'intestino crasso, cioè il colon), sia la forma
che viene data alla stessa, sia la maniera di collegare gli ureteri,
ma i principi informatori di questa complessa chirurgia ricostruttiva
restano fondamentalmente gli stessi.
Come si presenta il decorso post-operatorio?
Come si può ben capire, si tratta di un intervento complesso, che tuttavia
è in genere ben sopportato dal paziente, purché egli sia in discrete condizioni
generali e senza controindicazioni di ordine generale o locale, che vengono
accuratamente valutate dall'urologo e dall'anestesista prima dell'intervento.
Il paziente deve comunque esigere sempre una discussione dettagliata con
il chirurgo che lo sottoporrà all'intervento per farsi spiegare chiaramente
il tipo di operazione cui sta andando incontro. Questo è da un lato un diritto
fondamentale del paziente e dall'altro un preciso dovere del medico, anche
a salvaguardia del suo operato.
L'operazione viene naturalmente condotta in anestesia generale (di questo
argomento comunque è bene parlare con il medico anestesista durante la visita
anestesiologica che sempre precede l'intervento) ed ha una durata complessiva
oscillante tra le 4 e le 5 ore, di cui un paio sono dedicate al tempo
demolitivo preliminare (ablazione della vescica unitamente alla prostata ed
alle vescicole seminali nel maschio ed all'utero ed agli annessi nella femmina
e rimozione di tutti i linfonodi regionali) e le rimanenti al confezionamento
della neo-vescica ed alla sutura delle incisioni parietali.
I primi 5-6 giorni vengono generalmente trascorsi nel reparto di terapia
sub-intensiva post-operatoria situato al terzo piano della Clinica Urologica,
nelle immediate adiacenze del complesso operatorio. Si tratta di un reparto che
presenta molti vantaggi per il paziente ed alcuni comprensibili svantaggi.
Tra i vantaggi ricordiamo un'assistenza molto qualificata da parte di personale
infermieristico specializzato nell'assistenza al paziente recentemente operato,
la possibilità di un monitoraggio continuo dei principali parametri vitali etc.
Tra gli svantaggi vi è l'impossibilità di essere assistiti in maniera
continuativa da un parente o amico. L'accesso è comunque consentito (con alcune
precauzioni anti-infettive, quali quella di indossare un camice sopra i vestiti)
una volta al giorno, dalle ore 17.00 alle ore 19.00, a non più di una persona per volta.
Il Capo-Sala del Reparto di terapia sub-intensiva post-operatoria della
Clinica Urologica, e tutto il Personale, che si avvicenderà in turni
(due diurni ed uno notturno) saranno comunque ben disponibili a parlare con Voi
per spiegarvi altri dettagli e fornirvi ulteriori chiarimenti sulle modalità
pratiche di ammissione ed accesso al reparto.
(p. es.: "mi devo portare appresso tutta la roba che avevo al piano?" etc.)
Al risveglio dalla Sala Operatoria si ritroverà con alcuni tubicini, che,
pur causando un modesto impaccio (è comunque possibile muoversi abbastanza
liberamente, facendo un minimo di attenzione) servono a tenere al riparo
le suture sino a guarigione e ad assicurare un decorso post-operatorio
più confortevole e senza dolore.
In dettaglio questi tubicini sono:
- un
catètere uretrale:
esso viene mantenuto in sede automaticamente
mediante un palloncino a valvola gonfiato nella neo-vescica. Risulta, quindi,
assai difficile che possa fuoriuscire accidentalmente. Tuttavia, occorre
averne la massima cura, evitando soprattutto di agganciarlo con i piedi e
tenendolo d'occhio durante gli spostamenti. Il catetere serve a tenere vuota
la neo-vescica e quindi a non mettere in tensione le numerose linee di sutura.
Tale catetere è collegato ad una sacca di raccolta delle urine, che viene
agganciata al telaio del letto. Poiché l'intestino produce normalmente muco
è necessario che il catetere venga irrigato frequentemente ovvero ogni quattro
ore per i primi giorni. A tale compito sono deputati gli infermieri od i medici.
È importante, tuttavia, che il paziente segnali ogni sensazione di
tensione nel basso addome che dovesse verificarsi. Il catetere viene tenuto
in sede dai 14 ai 21 giorni. Esso tuttavia non impedisce, dopo i primi 4-5 gg,
la deambulazione del paziente e soprattutto non causa alcun dolore. La
rimozione del catetere non causa alcun dolore;
- dei
cateterini ureterali, sottilissimi tubicini trasparenti detti
"splint". Essi sono inseriti negli ureteri, fuoriescono dalla neo-vescica
e sono portati all'esterno a lato della ferita cutanea. Anch'essi sono
collegati ad una sacca di raccolta urine e servono ad assicurare maggiormente
la vacuità della neo-vescica ed anche a facilitare il passaggio dell'urina
dagli ureteri verso la vescica, in quanto nei primi giorni post-operatori
vi può essere un edema (gonfiore) della zona di collegamento tra ureteri e
neo-vescica, che potrebbe impedire o comunque ostacolare un corretto deflusso.
Vengono mantenuti in sede per 10-14 giorni. La loro rimozione non causa alcun
dolore e il tramite da cui fuoriescono si rimargina spontaneamente in poche ore;
-
uno o due drenaggi. Essi servono a portare all'esterno la linfa ed il
liquido ematico in eccesso, che inevitabilmente si forma nei primi giorni
post-operatori e che, se trattenuto all'interno, potrebbe causare dolore
o febbre. Sono collegati anch'essi a delle sacche di raccolta e vengono
mantenuti in sede per 5-7 giorni. La loro rimozione non causa alcun dolore
e il tramite da cui fuoriescono si rimargina spontaneamente in poche ore;
- un
sondino naso-gastrico. Esso serve ad evitare un'eccessiva
distensione dello stomaco e dell'intestino tenue, sino a che non si sia
verificata la ripresa dell'attività motoria dell'intestino. Essa avviene
di solito tra la 3° e la 5°-6° giornata post-operatoria ed è
caratterizzata dal passaggio di aria attraverso l'ano, preceduta da
brontolii e movimenti dell'addome, che talvolta causano un senso
di tensione lievemente dolorosa. È molto importante che il paziente
faccia attenzione alla ripresa del passaggio di gas intestinali, che rappresenta
un importante caposaldo del decorso post-operatorio. Una volta ripristinato il
passaggio di aria, il sondino può venire rimosso. La sua rimozione
non causa alcun dolore;
- durante i primi 4-5 giorni post-operatori e sino a che non sia ripreso il
normale transito intestinale non è possibile assumere liquidi per bocca in
quantità adeguata, né ovviamente nutrirsi con cibi solidi;
Per assicurare un sufficiente apporto di liquidi ed elettroliti, per veicolare
farmaci e per dare un certo apporto calorico ci si serve dell'infusione per via venosa.
Poiché i liquidi vanno somministrati continuativamente nell'arco delle 24 ore e
poiché alcuni di essi sono irritanti per le piccole vene periferiche, ci si
serve di solito di una vena centrale (vena giugulare o succlavia), che viene
incannulata dal medico anestesista una volta indotta l'anestesia, per cui la
manovra non comporta alcun dolore al paziente. Il catetere venoso centrale non
causa alcun fastidio e viene rimosso dopo circa una settimana, in maniera
assolutamente indolore.
Dopo due-tre giorni è previsto che il paziente venga aiutato ad alzarsi ed
a sedersi accanto al letto. Progressivamente può quindi fare brevi passeggiate
e trascorrere sempre più tempo alzato.
L'alimentazione per bocca inizia in genere il giorno dopo il passaggio di gas
intestinali. Occorre però essere molto cauti all'inizio e riprendere ad alimentarsi
in maniera molto graduale. Per i primi due tre giorni è opportuno limitarsi ad una
dieta semiliquida. Per esempio, una tazza scarsa di thè zuccherato al mattino, cui
a partire dal secondo giorno di ripresa dell'alimentazione possono essere aggiunti
uno o due biscottini finemente sminuzzati. Ideali sarebbero i biscotti tipo prima
infanzia (Plasmon o similari). A mezzogiorno un omogeneizzato di carne od un pò di
brodo con pochissima pastina ed un omogeneizzato di frutta. Alla sera idem o yogurt magro.
Dopo la ripresa completa del transito intestinale con passaggio di feci, che
in genere avviene verso la 5°-7° giornata, spontaneamente o dopo clisma
evacuativo a bassa pressione, è possibile aumentare gradualmente l'alimentazione
fino ad arrivare nel giro di 7-10 giorni ad un'alimentazione normale. Occorre
comunque evitare pasti abbondanti, cibi che facciano massa, come legumi o pasta
in abbondanza o frutta. Da evitare anche alimenti particolarmente grassi.
La permanenza al reparto di terapia sub-intensiva si protrae in genere, per
questo di intervento, attorno alla settimana. Permanenze superiori possono essere
decise in rapporto all'andamento del decorso post-operatorio.
Nella 7°-8° giornata post-operatoria viene effettuato un controllo
radiologico degli splint (tubicini ureterali). Se tutto va bene, essi
vengono rimossi nei giorni successivi.
Dopo qualche giorno dalla rimozione degli splint viene effettuata una
ecografia renale per verificare che non vi sia dilatazione eccessiva delle cavità renali.
Nella 14°-16° giornata si effettua un controllo radiologico attraverso
il catetere vescicale, per verificare l'integrità delle suture della neo-vescica.
Se è tutto in ordine, il catetere vescicale viene rimosso il giorno stesso o quello successivo.
Appena rimosso il catetere, in genere la continenza urinaria non è perfetta.
Infatti, stando in posizione eretta si perde una quantità più o meno abbondante
di urina, a tipo sgocciolio semicontinuo. In posizione sdraiata la continenza
è invece buona. Occorre tuttavia non scoraggiarsi e sapere che entro un paio di
settimane in genere la continenza durante il giorno diviene pressoché perfetta.
Può aiutare a recuperare la continenza l'apprendimento di alcune tecniche di
riabilitazione del piano perineale, che vengono in genere insegnate al paziente
prima della dimissione, presso l'ambulatorio di urodinamica, da parte di personale
paramedico competente.
Generalmente il paziente, appena tolto il catetere, ha paura della perdita
di urina e tende a mascherarne gli effetti ricorrendo a pannoloni. Questo può
andare bene per i primi due-tre giorni. Dopo di che è molto meglio ricorrere
a dei pannolini tipo assorbenti mestruali femminili, che debbono sì essere
cambiati spesso, ma consentono al paziente di rendersi conto della quantità di
urina che si perde e dei progressi che si fanno giorno per giorno. Il recupero
precoce della continenza dipende in gran parte dalla tenacia e dalla volontà
di collaborazione del paziente!
La notte, invece, per i primi tempi la perdita di urina è la regola. Infatti,
il sonno attenua la vigilanza dei delicati meccanismi preposti alla continenza
e fa sì che si verifichino delle "fughe" di urina in tutto e per tutto simili
a quelle riscontrabili nel bambino piccolo che "bagna il letto". Esse si
verificano ogni volta che la neo-vescica raggiunge un determinato riempimento
e sono vieppiù facilitate dal fatto che durante le ore notturne, a causa di
complessi meccanismi fisiopatologici, i reni producono una maggior quantità
di urina ed inoltre si verifica un passaggio di liquidi dal sangue verso
la neo-vescica, favorendone il rapido riempimento e quindi la tracimazione
attraverso l'uretra, superando la "diga" dello sfintere uretrale esterno,
il cui tono è attenuato dal sonno profondo.
Pertanto, per ovviare a questo inconveniente o ci si attrezza con condom
forati collegati ad una sacca di raccolta urinaria o, passati i primi tempi ed
allorché la neo-vescica ha conseguito una certa capacità, si punta la sveglia
e ci si alza ogni 4-5 ore per svuotare la neo-vescica. In questo modo, dopo
tre mesi dall'intervento, l'80% dei pazienti raggiunge anche la continenza
urinaria notturna.
Lo stimolo urinario non è più quello abituale che si avvertiva prima
dell'intervento poiché la neo-vescica non è innervata e non può pertanto
trasmettere stimoli analoghi. Tuttavia, a poco a poco, il paziente impara a
riconoscere quando la neo-vescica è piena, avvertendo un senso di tensione
alla parte bassa dell'addome, che sostituisce lo stimolo tradizionale.
Fino a che non si è appreso a riconoscere tale stimolo è bene che il paziente
si rechi ad urinare ad intervalli fissi come per esempio ogni tre ore durante
il giorno, inizialmente, spaziando via via sempre più gli intervalli tra una
minzione e l'altra, se riesce a restare asciutto. È bene tuttavia che
non vengano mai superate le sei ore tra una minzione e l'altra, in quanto
un eccessivo riempimento della neo-vescica può essere dannoso, sia perché
determina una eccessiva pressione sulle alte vie, sia perché favorisce il
riassorbimento di elettroliti, che alla lunga possono causare degli
squilibri metabolici. Occorre infatti considerare che la mucosa dell'intestino
è ben diversa da quella della vescica normale, a differenza di questa che
è impermeabile, consente il passaggio di soluti nei due sensi
Questa è la ragione per cui è bene effettuare una terapia profilattica
con piccole dosi di alcalinizzanti come per esempio un cucchiaino da caffè
raso due volte al giorno di bicarbonato di sodio o di citrosodina, sciolti
in poca acqua. Nei pazienti ipertesi bisogna controllare frequentemente i valori
pressori ed è bene sostituire il bicarbonato di sodio con il bicarbonato di potassio.
Occorre ricordare che la minzione non avviene più per contrazione attiva
della vescica, ma per pressione esercitata sulla neo-vescica dall'aumento
di pressione endoaddominale. In altre parole la neo-vescica si svuota non
attivamente, ma come un sacchetto di plastica che venga schiacciato dall'esterno.
In altre parole, è sempre bene sedersi al momento della minzione (anche i maschi!),
cercare di rilasciare il piano perineale (ricordarsi quanto appreso dagli
infermieri dell'ambulatorio di urodinamica) e ponzare con l'addome, eventualmente
aiutandosi con la compressione manuale dell'addome dall'esterno. La minzione
avviene per piccoli getti successivi e non con un unico flusso come prima ed
è necessario un tempo maggiore per ottenere lo svuotamento della neo-vescica.
Non abbiate fretta! Come dicono gli americani: prendetevi il vostro tempo!
È molto, ma molto importante arrivare ad ottenere uno svuotamento
completo della neo-vescica.
Nelle donne, lo svuotamento completo della neo-vescica è talora più difficile,
per cui può rendersi necessario praticare di tanto in tanto degli autocateterismi
evacuatori. La manovra è semplice e si impara molto facilmente. Occorre comunque
dotarsi di un piccolo specchietto ma niente paura, vi verrà insegnata presso il
nostro ambulatorio. Tale manovra non è né complicata, né dolorosa.
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